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Dt: il nodo delle frequenze e la protesta delle Tv locali

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Giovedi 3 giugno è in programma il Consiglio dell'Authority per le comunicazioni: all'ordine del giorno il piano nazionale per l'assegnazione delle frequenze per la Tv digitale terrestre. Se per numero di decoder venduti e penetrazione della piattaforma l'Italia si dimostra un Paese che ha cavalcato molto velocemente la nuova rivoluzione televisiva, sul fronte della regolamentazione siamo ancora nella fase di stallo. Di confusione anche, di rimpallo di responsabilità e di rivendicazioni contrapposte.

La questione è nota: da mesi si aspetta il provvedimento attraverso il quale l'organismo presieduto da Corrado Calabrò deve definire quante frequenze digitali sono riservate alle Tv nazionali, quante alle emittenti locali e quante saranno oggetto della gara del Ministero dello Sviluppo Economico indirà in autunno (a cui parteciperà con ogni probabilità anche Sky). Chi sta pagando dazio in questa empasse da assenza di regole e chi rischia di più di essere tagliato fuori dalla spartizione? La risposta appare scontata: le Tv locali, alcune delle quali hanno lanciato l'allarme sopravvivenza. Nonostante l'Agcom ne abbia più volte scongiurato la penalizzazione con l'avvento del digitale, è stato proprio Calabrò a parlare di una "sofferenza" latente nel ribadire a più riprese che il piano nazionale sulle frequenze si farà "salvaguardando le diverse posizioni".

L'Aeranti-Corallo, l'organizzazione di categoria che rappresenta oltre 310 aziende televisive locali, la sua proposta in tal senso l'ha fatta, forte anche del supporto ricevuto dalla Federazione Radio e Televisioni e di quella della Stampa Italiana: dieci numerazioni per le piccole emittenti subito dopo quelle delle reti nazionali analogiche, 50 numerazioni per le locali tra i primi 100 canali del Dt ed analoga impostazione anche per gli archi 101-200 e 201-300, l'intero settimo arco di numerazione (601-700) assegnato alle ulteriori offerte delle emittenti locali. I principali attori di questa partita - il vice ministro alle Comunicazioni Paolo Romani, l'Associazione Dgtvi e la stessa Agcom – sono tutti concordi che sfruttare le frequenze solo al 60% è uno spreco e liberare quelle inutilizzate è un passaggio dovuto. Ma lo stallo rimane. E allo stato attuale delle cose il piano assegnerebbe alle Tv minori, poco meno di 600 in tutta Italia, lo spettro di trasmissione peggiore e di conseguenza una posizione sfavorevole nel sistema di numerazione automatica dei canali (Lcn): due fattori complementari che ne limiterebbero l'attività sulla piattaforma digitale terrestre.

La questione è complessa, e non solo perché c'è il serio rischio che qualcuno debba abbassare la saracinesca e vengano così persi molti posti di lavoro. Una fetta delle frequenze deve essere per esempio destinato a un utilizzo non solo televisivo e cioè alle comunicazioni mobili, ma mettere d'accordo tutti è esercizio quasi utopistico perché nessuno, fra gli operatori broadcast e telco, vuole sborsare milioni di euro per accaparrarsele. Eppure, e in tal senso si esprime un'analisi effettuata dal Politecnico di Torino, la possibilità di vendere all'asta ai carrier le frequenze destinate alle tv locali e dare la possibilità agli stessi operatori di darne in uso una parte, magari in modo provvisorio, alle piccole emittenti sarebbe più che percorribile.

Poter cedere la capacità trasmissiva eccedente, del resto, è un'ipotesi nata in seno alla stessa Agcom, tanto più che il 2015, data entro la quale l'Italia dovrà dimostrare all'Unione europea che le frequenze in banda 800 Mhz sono destinate non solo alla Tv ma anche alle reti mobili di nuova generazione, non è poi così lontano. Ed ecco che da questo presupposto arriverebbe l'ancora di salvataggio per le Tv locali, il cui sforzo sarebbe quello di unirsi in cooperative e consorzi per utilizzare uno stesso multiplex. La legge impone un terzo delle risorse disponibili alle emittenti locali e l'esperimento nella sei aree già oggetto di switch off è stato positivo.

Il problema è che le piccole Tv sono tante, il fatto che si mettano d'accordo non è scontato e di fondo rimane l'incongruenza di una destrutturata occupazione delle frequenze da parte di alcuni soggetti nazionali. L'Autority, in ogni caso, dovrebbe stabilire un criterio con cui assegnare i canali. E visto che la bozza approvata il 16 aprile è stato oggetto di così tante polemiche e provocato la protesta di regioni ed editori locali, l'Agcom ha affidato a una società specializzata un sondaggio tra gli utenti i cui risultati serviranno a stabilire le posizioni sul telecomando delle singole reti della televisione digitale terrestre in chiaro e a pagamento.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Giugno 2010 15:47  

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