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Le tv locali nella morsa tra Sky e Mediaset

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di Andrea Baffoni Quello che l’ex ministro Gasparri presentava come il Paradiso terrestre delle comunicazioni pare ogni giorno di più un inferno. Così fu definita la tecnologia digitale terrestre, non più tardi di due anni fa, dal celebre critico televisivo Aldo Grasso. Difficile dargli torto. Vero è che a distanza di qualche anno è possibile fare un primo bilancio e così, quella che era stata «venduta» come la piattaforma tecnologica in grado di rompere il duopolio televisivo ed aprire il mercato al maggior numero di operatori, si è rivelata essere miseramente solo fumo sugli occhi. Infatti, a fronte di una maggiore disponibilità di canali (sei per ciascuna delle seicento tv locali italiane e tre per quelle nazionali) il digitale terrestre sta creando paradossalmente le condizioni per la chiusura o il ridimensionamento di molte emittenti che, nell’impossibilità di disporre dei mezzi finanziari sufficienti all’adeguamento tecnologico degli impianti, stanno immolando la propria capacità trasmissiva nella guerra spietata per le frequenze digitali. Ciò è successo anche nella nostra Umbria con la recente vendita della storica emittente Rte24h e non è detto che non succeda ancora. I numeri Qualche dato: in Umbria il fatturato complessivo annuo dell’intero comparto si aggira intorno ai tre milioni di euro annui, cifra che è pari a quanto sarebbe necessario investire, per poter far transitare le dieci emittenti locali sulla piattaforma digitale terrestre. Numeri da far tremare i polsi e su cui ragionare approfonditamente. Bene ha fatto, dunque, la Giunta regionale ed in particolar modo l’assessore Vinti a chiedere che in Umbria l’era digitale non debba partire prima del previsto, così da avere il giusto tempo per gestire le diverse criticità che questo processo porta con sé, non ultime le garanzie per l’utenza. Ma il nodo centrale dell’intera vicenda legata al digitale terrestre sta paradossalmente proprio nell’utilizzo della stessa tecnologia DVB-T, ritenuta da numerosi esperti costosa, limitata e già obsoleta perché a fronte di un maggior numero di canali disponibili ne risulta una minore efficienza di utilizzo dello spettro. E quindi tanti servizi di qualità pensati dagli operatori nazionali, al momento non avranno spazio sufficiente per essere offerti all’utenza pay, a meno che, nel frattempo, delle attuali 600 tv locali ne rimangano molte meno liberando così preziose risorse. Mediaset e Sky Per essere ancora più chiari non sfugge ai più attenti che il gruppo Mediaset ha un interesse primario allo sviluppo di una piattaforma digitale alternativa a quella satellitare – nei fatti monopolizzata da Sky – e indispensabile per entrare in modo rilevante nel business della pay tv qualificado l’offerta, ad esempio, con canali in alta definizione per cui serve però «spazio vitale», inteso in una adeguata quantità di Mhz digitali. Questa guerra per la conquista delle frequenze digitali è resa ancor più palpabile dalla decisione recente del Governo di impedire alle emittenti locali digitalizzate l’affitto dei canali a soggetti nazionali, da cui avrebbero potuto ricavare risorse preziose per migliorare la qualità della programmazione del proprio canale. Questa vicenda è stata letta da molti come un vero e proprio veto per impedire a Murdoch di acquistare capacità trasmissiva dalle locali e poter competere alla pari con la stessa Mediaset anche sulla piattaforma digitale terrestre. Le seicento tv locali Alla luce di ciò appaiono curiose le dichiarazioni del presidente dell’associazione italiana per lo sviluppo della tv digitale terrestre, DGTVi, Andrea Ambrosetti, vecchio uomo del Biscione: «In nessun altro posto al mondo – ha detto – esistono seicento emittenti locali». «O riusciranno – ha rimarcato lanciato un’amara sfida – a generare un’offerta interessante per il pubblico o saranno destinate a soccombere». Verrebbe da rispondere che la riflessione è pertinente nel merito ma, di converso, in nessun posto al mondo, è consentito al Presidente del Consiglio di essere il vero convitato di pietra, al contempo giudice e giocatore, al tavolo di un settore strategico come è quello delle telecomunicazioni. Forse la vera sfida è proprio questa.
 

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